Dal 27 settembre 2026 esibire un marchio di sostenibilità che non sia basato su un sistema di certificazione, o non sia stabilito da un’autorità pubblica, è una pratica commerciale vietata.
La regola sembra semplice. Diventa complicata nel momento in cui bisogna stabilire che cosa sia, esattamente, una certificazione.
Sui siti aziendali convivono loghi ISO, bollini di origine, marcature obbligatorie, punteggi di piattaforme private e simboli creati internamente, tutti presentati allo stesso modo e spesso nella stessa pagina.
Distinguerli non è un esercizio formale. È la differenza tra un’affermazione dimostrabile e un’affermazione esposta.
Che cos’è una norma tecnica
Una norma tecnica è un documento che stabilisce regole e linee guida per raggiungere un risultato ottimale in un determinato contesto, elaborato attraverso il consenso delle parti interessate e approvato da un organismo riconosciuto.
Due caratteristiche devono essere tenute a mente.
Le norme tecniche sono volontarie. Nessuna azienda è obbligata ad applicarle o a certificarsi. Lo fa per distinguersi, organizzarsi meglio o perché il mercato glielo chiede. Una norma diventa obbligatoria soltanto quando un provvedimento legislativo la richiama esplicitamente.
Non tutte le norme sono certificabili. Soltanto quelle che contengono requisiti precisi e verificabili possono essere oggetto di certificazione. Molte norme importanti sono linee guida e per queste non esiste un certificato.
Le norme nascono all’interno degli enti di normazione, che non sono case editrici ma luoghi di incontro: coordinano il lavoro di università, imprese, associazioni di consumatori e pubbliche amministrazioni.
In Italia l’ente nazionale è UNI, che rappresenta il Paese nel CEN a livello europeo e nell’ISO a livello internazionale. Per il settore elettrotecnico gli enti corrispondenti sono CEI, CENELEC e IEC.
Norma, certificazione e accreditamento: i tre protagonisti
È la distinzione che risolve la maggior parte dei dubbi e che quasi nessuno conosce.
Chi scrive le norme: gli enti di normazione, come ISO, CEN e UNI. Scrivono le norme e basta: non certificano nessuno.
Chi certifica: gli organismi di certificazione, soggetti terzi e indipendenti che verificano la conformità di un’organizzazione o di un prodotto rispetto a una norma, raccogliendo prove ed evidenze.
Chi controlla chi certifica: gli enti di accreditamento. In Italia è Accredia, organismo nazionale unico dal 2009. L’accreditamento attesta che l’organismo di certificazione è competente, affidabile e opera secondo procedure verificate.
Sono tre ruoli distinti, affidati a soggetti diversi. Confonderli può portare a errori di lettura anche gravi, come attribuire a ISO una certificazione che ISO non rilascia.
Perché l’accreditamento cambia il valore di una certificazione
Un organismo di certificazione può operare anche senza accreditamento. Ma una certificazione non accreditata ha un valore di mercato molto basso, perché nessuno ha verificato chi l’ha rilasciata.
Due precisazioni sono particolarmente utili.
L’accreditamento è specifico per schema. Un organismo accreditato per i sistemi di gestione ambientale non è automaticamente accreditato per la salute e la sicurezza. L’accreditamento deve essere verificato per la norma di cui si parla.
Un accreditamento straniero è altrettanto valido. Gli enti nazionali di accreditamento aderiscono all’International Accreditation Forum e si riconoscono reciprocamente.
Un certificato rilasciato sotto accreditamento francese, britannico o di un altro Paese membro è pienamente valido, ma non comparirà nelle banche dati italiane: dovrà essere cercato altrove.
Certificazioni di sistema e certificazioni di prodotto
Le due famiglie rispondono a domande diverse e non sono intercambiabili.
Le certificazioni dei sistemi di gestione attestano che l’azienda si è organizzata attraverso un metodo per raggiungere determinati obiettivi. Sono costruite sullo stesso impianto, basato sul ciclo di pianificazione, attuazione, verifica e miglioramento, ma cambia l’obiettivo:
- la qualità con la ISO 9001;
- l’ambiente con la ISO 14001;
- la salute e la sicurezza sul lavoro con la ISO 45001;
- la prevenzione della corruzione con la ISO 37001;
- la conformità normativa con la ISO 37301.
Il fatto che l’impianto sia comune spiega perché molte aziende ne accumulino diverse: una volta implementato il primo sistema, aggiungerne un secondo costa meno.
Le certificazioni di prodotto o servizio attestano, invece, che un prodotto rispetta i requisiti di uno standard specifico, per esempio una determinata percentuale di materiale riciclato.
Sul piano comunicativo, le due famiglie funzionano in modo opposto. Le certificazioni di prodotto sono più immediate per il consumatore finale, che le riconosce e le associa a un beneficio.
Quelle di sistema sono più difficili da spiegare al pubblico, ma dicono molto di più sull’organizzazione a chi le sa leggere. È il motivo per cui pesano nelle relazioni tra imprese.
Che cosa garantisce, e cosa non garantisce, una certificazione
Qui si concentra il fraintendimento più frequente, ed è quello che espone maggiormente chi comunica.
Una certificazione di sistema garantisce che l’azienda abbia un metodo e una capacità organizzativa per gestire determinati processi. Non garantisce la conformità legale complessiva dell’organizzazione e non dice nulla sulla qualità dei suoi prodotti.
Una certificazione di prodotto garantisce la conformità a quello specifico requisito e a nient’altro. Non attesta il comportamento ambientale o sociale dell’intera azienda.
Ne discende una regola di scrittura semplice: una certificazione può sostenere un’affermazione circoscritta, non un giudizio complessivo sull’impresa.
Costruire un claim generale su un certificato specifico è, tecnicamente, un’amplificazione del claim e dal 27 settembre è una pratica vietata.
Come si legge un certificato: cinque controlli
I certificati sono documenti pubblici e leggerli richiede pochi minuti.
- Chi lo ha rilasciato. Il nome dell’organismo di certificazione deve essere visibile. Se manca, non è un certificato.
- A fronte di quale norma e in quale edizione. Le norme vengono aggiornate periodicamente e i certificati emessi sull’edizione precedente restano validi per un periodo di transizione. Il riferimento a un’edizione superata non è necessariamente un problema, ma deve essere contestualizzato.
- Se è coperto da accreditamento e da quale ente. Il logo dell’ente di accreditamento è diverso da quello dell’organismo che certifica. Sono due marchi distinti e devono essere cercati entrambi.
- La data di scadenza. I certificati dei sistemi di gestione hanno validità triennale, con verifiche di sorveglianza annuali e un audit di rinnovo alla scadenza. Un certificato scaduto non ha valore.
- Il perimetro. Un certificato può riguardare un singolo stabilimento, una linea di prodotto o una specifica attività. Il campo di applicazione è scritto sul documento e definisce esattamente che cosa si può dichiarare.
Per le certificazioni sotto accreditamento italiano, la banca dati di Accredia permette di verificare se un’organizzazione sia effettivamente certificata e se il certificato sia in corso di validità.
I casi che generano più confusione
EcoVadis non è una certificazione. È una piattaforma di valutazione della catena di fornitura che assegna un punteggio sulla base di un questionario. È uno strumento diffuso e utile, ma comunicarlo come una certificazione è scorretto.
EMAS è una certificazione ambientale istituita dall’Unione europea. Non è una norma ISO, ma uno schema pubblico riconosciuto.
B Corp non è uno schema ISO, ma è comunque un modello serio e rilevante per la sostenibilità d’impresa. Lo stato della certificazione deve essere verificato presso l’ente che la gestisce, perché può decadere.
SA 8000, dedicata alla tutela dei lavoratori, non ricade sotto l’accreditamento italiano o dell’International Accreditation Forum. Ha un proprio ente di accreditamento specifico, il cui marchio deve comparire sul certificato. Senza quel marchio, l’attestazione non ha valore.
LEED, BREEAM e WELL certificano edifici, non organizzazioni. Un ufficio certificato dice qualcosa dell’attenzione dell’azienda, ma non equivale a una certificazione del suo sistema di gestione.
Le marcature obbligatorie e i marchi di origine non sono certificazioni di sostenibilità. La marcatura CE attesta la conformità a requisiti di legge, mentre un marchio di origine indica dove il prodotto è stato realizzato.
Presentarli insieme alle certificazioni ambientali, nella stessa griglia di loghi, genera confusione nel lettore. Dal 27 settembre, inoltre, presentare requisiti di legge come un tratto distintivo dell’offerta è una pratica vietata.
Gli standard che non si certificano e perché contano lo stesso
Alcune norme importanti non prevedono requisiti certificabili: sono linee guida. È il caso di:
- ISO 26000 sulla responsabilità sociale;
- ISO 20400 sugli acquisti responsabili;
- ISO 30415 su diversità e inclusione;
- ISO 53800 sulla parità di genere.
Non esiste un certificato a fronte di questi standard, ma un ente terzo indipendente può condurre una valutazione e rilasciare un attestato che indica il grado di allineamento raggiunto.
Non è una certificazione, ma è comunque molto più di un’autodichiarazione.
Lo stesso vale per i bilanci di sostenibilità: possono essere sottoposti a una verifica esterna, chiamata assurance, che ne attesta la fondatezza.
La presenza di una lettera di assurance nel report è la differenza tra un documento che l’azienda scrive su di sé e un documento sul quale qualcun altro mette la propria firma.
Il principio di coerenza: la certificazione giusta per l’affermazione giusta
C’è un errore che ricorre spesso ed è tra i più facili da individuare dall’esterno: esibire una certificazione che non ha attinenza con l’impegno dichiarato.
Una ISO 9001, che riguarda la gestione della qualità, non sostiene un impegno sulla parità di genere. Per quel tema esiste uno standard italiano dedicato e certificabile, la prassi di riferimento UNI/PdR 125, che ha avuto una diffusione molto rapida.
Per il lavoro inclusivo delle persone con disabilità esiste la UNI/PdR 159. Per la gestione sostenibile degli eventi c’è la ISO 20121, adottata anche per grandi manifestazioni internazionali.
Quando un’azienda dichiara un impegno e allega un certificato che parla d’altro, l’effetto non è neutro: la mancanza di correlazione tra affermazione e attestazione è essa stessa un segnale di comunicazione poco affidabile.
Perché tutto questo riguarda chi comunica
Le certificazioni nascono per una ragione interna, che viene prima di quella reputazionale: prevenire rischi, ridurre infortuni e incidenti e migliorare l’organizzazione.
Il vantaggio comunicativo arriva dopo, insieme a quelli pratici, come i punteggi nelle gare e nei bandi.
Nel momento in cui una certificazione entra in una pagina web, però, diventa una prova e deve essere trattata come tale: verificata, contestualizzata, associata all’affermazione giusta e resa consultabile da chi legge.
La proliferazione delle sigle è oggi uno dei principali ostacoli alla comprensione da parte del pubblico.
Spiegare che cosa attesta un marchio, chi lo rilascia e a che cosa si riferisce non è un dettaglio tecnico: è la parte del lavoro che rende la sostenibilità comunicabile senza esporsi.
Domande frequenti
EcoVadis è una certificazione?
No. È una piattaforma di valutazione della catena di fornitura che assegna un punteggio sulla base di un questionario.
È uno strumento riconosciuto, ma non è una certificazione e non deve essere comunicato come tale.
Come faccio a sapere se una certificazione è accreditata?
Sul certificato deve comparire il logo dell’ente di accreditamento, distinto da quello dell’organismo di certificazione.
Per l’accreditamento italiano è possibile effettuare una verifica nella banca dati di Accredia. Un accreditamento estero è ugualmente valido, ma non compare nelle banche dati italiane.
Quanto vale una certificazione non accreditata?
Poco sul mercato, perché nessun soggetto terzo ha verificato la competenza dell’organismo che l’ha rilasciata.
Per norme molto consolidate l’accreditamento è atteso; per schemi recenti può legittimamente non essere ancora disponibile.
Quanto dura una certificazione?
I certificati dei sistemi di gestione hanno validità triennale, con verifiche di sorveglianza annuali e un audit di rinnovo alla scadenza.
Un certificato scaduto non ha valore e non deve essere esposto sul sito.
Una certificazione ISO garantisce che l’azienda rispetti la legge?
No. Una certificazione di sistema attesta che l’azienda dispone di un metodo per gestire determinati processi.
Non garantisce la conformità legale complessiva né la qualità dei prodotti.
Un marchio di sostenibilità creato dall’azienda è ammesso?
No, se non è basato su un sistema di certificazione o non è stabilito da un’autorità pubblica. Dal 27 settembre 2026 esibirlo è una pratica commerciale vietata.
Che differenza c’è tra certificazione e assurance?
La certificazione attesta la conformità a una norma contenente requisiti verificabili.
L’assurance è la verifica esterna della fondatezza delle informazioni contenute in un documento, tipicamente un bilancio di sostenibilità.
Fonti
- Sistema di normazione volontaria: UNI, CEN e ISO
- Sistema nazionale di accreditamento: Accredia
- Riconoscimento internazionale degli accreditamenti: International Accreditation Forum
- Decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30
- Elaborazione dell’Osservatorio sulla Comunicazione della Sostenibilità
L’Osservatorio sulla Comunicazione della Sostenibilità applica il modello OSEC per valutare la comunicazione della sostenibilità sui siti aziendali.
È possibile richiedere un audit del proprio sito e verificare come si posiziona rispetto ai criteri del modello e alla media del proprio settore.
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Sono aperte le iscrizioni per i CS Awards 2026, il primo riconoscimento in Italia dedicato alla comunicazione della sostenibilità sui siti aziendali, assegnato sulla base di un modello scientifico di misurazione.
Candidare la propria organizzazione significa ottenere la fotografia del proprio posizionamento, il confronto con il settore di appartenenza e la possibilità di essere riconosciuti come best practice a livello nazionale.


